DIARIO DI UNO STEPPER…


Le giornate in Sudan sono molto lunghe, iniziano alle 6.15 quando il sole comincia a sorgere.
Lo so perché aspettare l’alba era la mia attività preferita e, nonostante fosse prevista ogni giorno per le 6.15 del mattino, dovevi aspettare molto tempo prima che il sole sorgesse.
A quell’ora il cielo iniziava a colorarsi, pian piano tra le nuvole si facevano spazio timidi raggi di sole, le cose tutt’attorno iniziavano lentamente ad illuminarsi. Se ti trovavi ad aspettare l’alba su Nile Street,potevi osservare le sfumature del cielo nel riflesso dell’acqua che si tingeva di giallo, rosa,azzurro.
Poi,alzando lo sguardo di nuovo verso il cielo, ti si materializzava davanti un grande cerchio giallo che sembrava così vicino che avevi l’impressione che allungando la mano avresti potuto toccarlo: era il sole, una presenza costante in Sudan.
Il cielo sembra più alto,il sole più grande e le temperature sono a volte infernali.
Ad agosto si raggiungono i 45 gradi; all’inizio sembra impossibile riuscire a sopravvivere a qual grado di umidità. Ricordo ancora la sensazione quasi di soffocamento quando uscii dall’aeroporto, però si ci abitua…si ci abitua a tutto, più velocemente di quanto si possa immaginare.
A volte si dice che il Sudan non sia vera Africa, forse per l’anima araba che prevale nel nord del paese.
Il Sudan, in effetti, sta un po’ a metà tra il deserto e i tropici. A nord il Sahara, le immense distese di sabbia, il vento, i cammelli, più a sud il verde, la florida vegetazione, le piogge tropicali.
A Khartoum, la capitale costruita nel deserto tra i due foci del Nilo, le persone hanno la carnagione più chiara, tipica delle popolazioni dei paesi del nord africa, algerini, marocchini, tunisini; prevale per certi versi la cultura araba anche se il Sudan ha un’identità culturale a sé, molto forte e ben definita .
Man mano che ti sposti verso sud ovest, il paesaggio inizia a cambiare: il deserto lascia il posto ai terreni da pascolo, la sabbia viene sostituita dagli alberi, dagli arbusti, le piante fino ad arrivare al confine con l’Etiopia, dove il verde acceso dei tropici prevale nettamente sul colore giallo della sabbia del deserto illuminata dal sole.
In un villaggio in quelle vicinanze mi resi conto che le persone erano diverse da quelle che avevo conosciuto fino a quel momento. Il colore della pelle era nettamente più scuro, i bambini erano più cupi e più diffidenti, avevi la sensazione che portassero sulle spalle il peso degli anni che non avevano.
Il Sudan è in pratica il giusto compromesso tra l’Africa araba e desertica e l’Africa nera, sub sahariana, tropicale.
È un mix di culture, tradizioni e persone diverse che coesistono e convivono da tanto tempo ma nonostante questo conserva un’identità culturale ben definita: la musica, il tob, l’hallalah e gli altri abiti tradizionali, l’henna, tutto il rito matrimoniale, la cucina, le danze tipiche e il karkadè sono solo alcuni tra i tanti aspetti della cultura sudanese, di cui inevitabilmente ti innamori.
Nonostante tutto ciò sembri meraviglioso, non è ancora questa la parte più bella del Sudan.
La parte migliore sono senza dubbio le persone. Nella loro inimmaginabile lentezza (tipica delle popolazioni del Sud), che a volte poteva innervosire, sono le persone più buone e genuine della terra.
Ogni volta che passavamo o attraversavamo le strade in autobus, si alzava sempre la voce di qualcuno che gridava: “welcome to Sudan”, le ragazze ci mandavano baci dai taxi,i bambini incuriositi ci salutavano e ridacchiavano dalla strada.
Una volta mi capitò di parlare con un anziano signore sudanese. Lui parlava solo arabo ma questo sembrava non preoccuparlo, continuava a parlarmi imperterrito finchè non trovò qualcuno che conosceva un po’ d’inglese che potesse fare da mediatore. Se vi state chiedendo cosa avesse di tanto importante da dirmi…voleva che dopo aver conseguito la laurea in Italia, tornassi in Sudan e spossassi un sudanese, dopo avermi ammonito però di quanto i matrimoni in Sudan fossero costosi!
Tra le tante persone che ci hanno accolto in Sudan e con le quali siamo venuti a contatto, il primato spetta senza dubbio agli studenti di medicina sudanesi con i quali abbiamo trascorso l’intera esperienza, che ci hanno guidato alla scoperta del loro paese e che sono il motore dell’intero progetto. Divisi in diversi gruppi di lavoro, si occupavano di tutto, dall’organizzazione delle lezioni all’università, ai tirocini nei vari ospedali,all’alloggio, al cibo e poi ancora il visto, le schede telefoniche, i trasporti, il social program, le gite,ecc.
Tutto lo STEP è frutto della loro passione, del loro impegno, del tempo e delle energie spese per rendere il nostro soggiorno nel loro paese il più piacevole possibile.
STEP significa letteralmente Sudan Tropical Exchange Program ma “step” è anche un passo verso la scoperta di una nuova realtà, una realtà a volte difficile da capire ma affascinante, dove il tempo scorre lentamente , a volte troppo, un mondo dalle mille contraddizioni, dove accanto alla villa puoi trovare la baracca di stracci e accanto all’automobile di ultima generazione il carretto con l’asinello. Una realtà in cui, nonostante i 45 gradi, il the e il caffè vanno presi bollenti e tutto è sempre super zuccherato, un mondo in cui, se apri la mente, ci lasci il cuore.
Step è anche un passo verso la scoperta di se stessi.
Sei sull’aereo di ritorno e pensi di essere la stessa persona che è salita sullo stesso aereo un mese prima, solo con qualche ricordo in più e un bagaglio di esperienze ed amicizie più ampio che ti porterai dietro per tutta la vita, ma invece no…torni a casa e, non si sa come né perché, tutto ti sembra diverso.
La verità è che tutto è rimasto esattamente come lo avevi lasciato ma tu sei lungi dall’essere la stessa persona che è partita. Guardi il mondo con occhi diversi, cambia il modo con cui ti approcci alle cose e ti relazioni con le persone. Hai provato delle emozioni così forti che adesso il tuo animo difficilmente può essere scosso da qualcos’altro. Tutto sembra banale, le giornate scorrono sempre uguali le une dopo le altre, le conversazioni ti sembrano noiose, un velo di tristezza e ti apatia ti avvolge e hai la sensazione di essere tornata ma non del tutto, di essere rimasta in parte bloccata in quella realtà: credo che sia quel sentimento un po’ scomodo che le persone chiamano “mal d’Africa”.
Una cosa alla quale è estremamente difficile riabituarsi una volta tornati, sono i ritmi.
In Sudan la vita scorre lentamente e anche loro sono lenti, qualsiasi cosa facciano. Tante volte ho pensato che il tempo e l’orario per loro non esistessero, che la vita fosse scandita dall’alba e dal tramonto e che tutto quello che c’era in mezzo poteva essere gestito da ognuno secondo i suoi ritmi.
Per noi “occidentali” è difficile capire questo modo di vivere, abituati come siamo ad andare di fretta, a rispettare gli orari e gli appuntamenti, a fare mille cose in un giorno ed arrivare molto spesso a fine giornata stanchi ma profondamente insoddisfatti poiché spesso quando cerchi di fare tante cose finisce che non ti godi neppure una. In Sudan invece le persone assaporano ogni momento della giornata.
Quello che per noi è aspettare, per loro è vivere.
In Sudan le strade servono per incontrarsi, per sedersi a prendere un the o un caffè, per chiacchierare, per giocare, per vendere e per comprare, nelle strade si vive.
In Europa le strade servono per spostarsi, per raggiungere un posto da un altro, la gente cammina, corre, va dritta per la sua strada, non ti guarda nemmeno in faccia, non saluta, non si ferma, va’ veloce come se la vita la stesse inseguendo, come se, se si fermasse, perdesse qualcosa ed invece è proprio non fermandosi che si perde tutto.
L’Africa ti fa capire che un’altra vita è possibile: una vita fatta di piccole cose, di semplicità, semplici cose e semplici persone, una vita senza “Uomini e Donne” e “Alfonso Signorini”, senza le fashion blogger, Chiara Ferragni, Fedez, il calcio e i bei vestiti, una vita in cui i social servono per raccontare e per esprimere, e non per ostentare e vendere, una vita in cui le persone sono persone e non personaggi, una vita più genuina,in cui si vive con poco, si ci accontenta di poco e si è felici con poco.
Potrei raccontare tanto dell’Africa, potrei stare ore a scrivere o a parlare però non credo sia del tutto possibile esprimere a parole tutte le emozioni, i sorrisi che ti riempiono il cuore, le amicizie, la bellezza delle albe e dei tramonti,la sensazione di immensità del deserto.
Vi potrei raccontare della lebbra, quella di cui abbiamo sentito parlare nella Bibbia, del micetoma, quello di cui forse non abbiamo sentito parlare mai, del parto di una donna infibulata, dell’entusiasmo e della passione con cui professori fanno lezione a cui non siamo per niente abituati, dei villaggi di capanne senza elettricità o acqua corrente, dei nostri “particolari” mezzi di trasporto, delle lezioni di arabo, delle notti nel deserto sotto il cielo stellato e dei nightshift, delle giornate multiculturali, delle gite sul Nilo e delle piramidi.
Potrei, ma sono sicura che non basterebbe.
L’africa la puoi sognare, immaginare, puoi vedere tutte le foto e i video che vuoi, puoi ascoltarne tutti i racconti, le storie, le avventure ma, nonostante questo, ti stupirà, ti incanterà, non sarà mai come te l’aspettavi.
L’Africa la devi guardare con i tuoi occhi senza filtri e senza preconcetti, ti ci devi rapportare usando tutti i sensi: la devi ascoltare, nel trambusto del traffico delle strade polverose e nel silenzio del deserto, devi sentirne i sapori e gli odori, quelli delle spezie e degli incensi, la devi vivere quotidianamente, devi parlare con le persone e giocare con i bambini, devi apprezzarne le sfumature e anche le contraddizioni, devi viverne i disagi, abituarti ai suoi ritmi.
Neanche così forse sarai mai in grado di capirla ma di sicuro riuscirai ad amarla.
Partite per portare il cambiamento in Africa, e poi lasciate che lei porti il cambiamento in voi.
Noemi Streva

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