SCORP Times #3 – Le ferite dell’altro: etnopsichiatria e migrazioni


Da sempre la medicina occidentale si è trovata a doversi confrontare con modi “altri” di concepire, vivere, affrontare la malattia, a importare ed esportare sistemi di cura: più o meno consapevolmente, i medici del XXI secolo curano la malaria con un antico rimedio tradizionale cinese (l’artemisinina). Nonostante questa necessaria contaminazione, il cuore della nostra tradizione medica, forte del suo fondarsi sul metodo scientifico, si è mantenuto relativamente impermeabile alle influenze e ai cambiamenti di vento, restio a mettere in discussione i suoi postulati fondamentali e il suo modello di pensiero.

Questa rigidità funziona e non funziona già in molte discipline mediche (si pensi ai rischi connessi all’esplorazione “autonoma” delle medicine alternative da parte dei malati), ma esiste un campo in cui essa veramente non può sostenere la spinta di cambiamento e di radicalità che proviene dal divenire sempre più transculturale e “meticcia” della nostra società. Questo campo è la salute mentale e la disciplina che ha raccolto la sfida del ristrutturare i nostri modelli interpretativi della malattia mentale per rendere l’altro traducibile e incontrabile si chiama etnopsichiatria.

 

 

Quali problemi presenta la salute mentale in questo senso, e quali sono le proposte operative dell’etnopsichiatria?

Il primo dei problemi, il più grande e il più innegabile, è che la psichiatria storica dei manuali è forgiata ad arte per distinguere ciò che nel nostro contesto socio-culturale (statunitense in particolare) può essere definito malattia da ciò che è un semplice tratto della personalità umana normale. Questo tipo di distinzione, essendo rigida, non tiene conto della diversità di modi e maniere di intendere il vivere sociale, l’affettività, persino le esperienze percettive che costellano il pianeta e che risulta da un insieme di fattori antropologici, politici, socio-economici e religiosi.

Nel momento in cui questo modello viene inflessibilmente applicato a individui che possiedono altre norme sociali o altri modelli culturali, si va incontro al rischio di confondere una diagnosi, oppure ricercare una malattia o disagio dove non sono presenti, assieme al non trascurabile fatto di non essere in grado di stabilire una relazione terapeutica con l’Altro perché non siamo in grado di capire, oppure l’Altro non è in grado di trasmetterci, le ragioni del suo disagio. Tutto questo perché non parliamo la stessa lingua, intesa sia come linguaggio ma soprattutto come insieme di valori culturali e sociali all’interno dei quali un individuo cresce e sviluppa la propria persona.

Il problema è quindi nel riuscire, con le limitate armi a nostra disposizione, a “tradurre” la sofferenza e le ferite dell’altro in una maniera funzionale a dargli l’aiuto di cui ha bisogno. L’etnopsichiatria si inserisce proprio in questo contesto: armata di un approccio transculturale (cioè consapevole e pronto a riconoscere le diversità), questa disciplina cerca di sviluppare degli approcci sia teorici che operativi per essere ascoltatori e interpretatori efficaci di un mondo dove oggi c’è un vuoto pesante di comprensione e di interventi.

 

Tutto questo assume un’importanza notevole quando parliamo di migrazione e del Migrante come persona che necessita di una prima assistenza sanitaria e sociale, ricollegandosi all’articolo precedente (http://pisa.sism.org/?p=1278) vorremmo farvi ragionare sulla Cultura come determinante di salute dell’individuo.

 

Cosa implica essere di una cultura diversa dalla nostra? In particolare se sei anche un migrante? Se tu fossi uno dei rari ricchi turisti eritrei invece del solito migrante eritreo, la componente culturale avrebbe lo stesso peso?

 

La popolazione migrante, secondo la letteratura internazionale, presenta una maggior incidenza di malattie mentali rispetto alla popolazione residente per vari motivi: sia perché nella maggior parte dei casi essi provengono da contesti critici dove hanno subito traumi, violenze, abusi o torture sia perché essi si ritrovano in un contesto socio-culturale completamente diverso dal loro dove la semplice integrazione è pressappoco un miraggio. Questo si traduce in una maggior difficoltà di accesso alle strutture sanitarie nonché ad una maggior difficoltà nell’essere curati efficacemente per colpa delle barriere socio-culturali che rendono distante, talvolta incolmabile, la distanza tra paziente e operatore sanitario.

Nasce la necessità di sviluppare un sistema integrato tra assistenza medica, sociale e culturale affinché sia possibile riuscire a stabilire una relazione, fondamentale per il processo di cura e ancor più in ambito psichiatrico, tra il medico e il paziente.

 

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